Questo articolo è tratto dalla live di Antonio Quaglietta "Ascoltare le emozioni: supera il blocco che ti impedisce di amare", disponibile sul canale YouTube
Quel muro trasparente tra te e chi ami
Ti è mai capitato di guardare la persona che ami attraverso una parete di ghiaccio?
La vedi chiaramente. Il ghiaccio è trasparente. Ma non riesci a sentire il suo calore. Non riesci a raggiungerla davvero. C'è una distanza, una freddezza, una barriera invisibile che vi separa.
Questa immagine potente, che prende in prestito dal lavoro di Eva Pierrakos, descrive perfettamente cosa succede quando non riusciamo a padroneggiare le nostre emozioni. Non è che l'altro non ci sia. È che tra noi e l'altro si è costruito un muro emotivo che ci impedisce l'intimità vera.
E la cosa paradossale? Siamo noi a costruirlo, mattone dopo mattone, nel tentativo di proteggerci.
La coppia come laboratorio emotivo
La coppia non è solo un'esperienza. È un luogo. Una stanza in cui abitano tutte le nostre dinamiche emotive e relazionali.
In coppia si scatena tutto, nel bene e nel male. Si può arrivare all'amore totale, alla fusione (che non è sempre positiva), ma anche al distacco, all'odio, all'ambivalenza. Si può sperimentare la comunione emotiva e la totale empatia, oppure la freddezza e il distacco più completo.
La coppia è dove proviamo tutto. Ed è per questo che diventa il terreno perfetto per osservare i nostri blocchi emotivi.
Ma attenzione: quello che scopriamo nella stanza della coppia vale ovunque. Con gli amici, con i colleghi, con i familiari. La parete di ghiaccio non discrimina.
I 4 pilastri della gestione emotiva
Quando quella parete esiste, è perché non riusciamo a padroneggiare quelli che possiamo chiamare i quattro pilastri della gestione emotiva.
1. SENTIRE
Sembra scontato, vero? Tutti sentono le emozioni.
In realtà no. Sentire davvero un'emozione è molto più di dire "sono arrabbiato" o "ho paura".
Un'esperienza emotiva è prima di tutto un'esperienza di energia nel corpo. Ha una componente fisica, fisiologica. Quando proviamo paura, sentiamo qualcosa nel corpo: una stretta alla bocca dello stomaco, un pugno, calore o freddo, una sensazione che si espande, che sale, che scende.
Può essere ruvida o liscia. Veloce o lenta. Può partire dalle spalle, dal petto, dalla pancia.
Sentire l'emozione vuol dire chiedersi: Dov'è questa sensazione? Com'è? Cosa sta facendo nel mio corpo?
Prima ancora di etichettarla ("questa è rabbia", "questa è tristezza"), dobbiamo abitare la sensazione fisica. Quella è l'80% dell'emozione.
Solo dopo viene il "labeling", l'etichettamento. Ma prima dobbiamo sentire veramente.
2. REGGERE
Questo è il pilastro su cui quasi tutti inciampiamo.
Reggere significa stare con l'emozione intensa senza fuggire. E noi, invece, siamo stati educati a scappare dalle emozioni.
Quando arriva la tristezza, accendiamo lo smartphone. Quando arriva la rabbia, ci buttiamo sul lavoro. Quando arriva l'ansia, ci distraiamo con qualsiasi cosa: Netflix, cibo, social, qualunque cosa pur di non stare lì.
Ma le emozioni non scompaiono perché le ignoriamo. Si accumulano. Premono. E alla fine esplodono o ci paralizzano.
Reggere vuol dire: Ok, sento questa stretta allo stomaco. È intensa. Non mi piace. Ma resto qui. Respiro. Metto la sveglia a un minuto e sto con la mia tristezza.
Un minuto. Poi due. Poi tre.
È una palestra. Si inizia dalle piccole cose.
3. ESPRIMERE
"Ma io esprimo le mie emozioni! Dico sempre quando sono incazzato!"
No. Dire "sono incazzato come una biscia, lasciami stare" non è esprimere un'emozione in modo sano. È scaricarla.
Esprimere significa comunicare in modo autentico e non accusativo.
C'è una differenza enorme tra:
- "Mi fai sempre così!" (accusativo)
- "Quando succede questo, io mi sento così" (autentico)
Esprimere vuol dire dare voce alla propria esperienza emotiva senza usarla come arma contro l'altro. Vuol dire condividere, non attaccare.
4. EMPATIZZARE
Empatizzare non significa sentire come l'altro, né al posto dell'altro, né fondersi con l'altro.
Significa sentire con l'altro. Percepire il clima emotivo dell'altro. Essere presenti alla sua esperienza senza perdersi dentro.
È la capacità di dire: "Ti vedo. Sento che stai male. Sono qui con te."
Senza dover risolvere. Senza dovermi caricare tutto il peso. Senza dovermi difendere.
Semplicemente: presenza.
Ogni pilastro che manca aggiunge un mattone al muro
Quando non riusciamo a sentire le nostre emozioni, iniziamo a costruire.
Quando non riusciamo a reggerle e scappiamo, aggiungiamo un altro mattone.
Quando non sappiamo esprimerle in modo sano, il muro si alza ancora.
Quando non riusciamo a stare con le emozioni dell'altro, la parete diventa sempre più spessa.
E alla fine? Quella parete di ghiaccio. Trasparente ma invalicabile. Fredda. Distante.
Le 4 paure che tengono in piedi il muro
Ma perché costruiamo questo muro? Perché ci blocchiamo su questi pilastri?
Perché sotto ci sono delle paure profonde.
1. Paura del carico emotivo
Percepiamo ascoltare l'altro come un problema da risolvere. Un ulteriore problema da risolvere.
"Se ti ascolto, devo risolvere il tuo problema. E forse penso anche di non saperlo fare."
Così ci scheriamo. Muro. Parete di ghiaccio.
2. Paura del giudizio
Non ci piace essere vulnerabili perché sappiamo che la vulnerabilità può essere usata contro di noi.
Se mi apro, tu puoi ferirmi con quella stessa vulnerabilità che ti mostro. È come abbassare la guardia nella boxe: se faccio così, vengo colpito.
3. Paura di essere troppo
Il timore che se mi mostro emotivo, l'altro mi allontanerà perché mi giudicherà troppo emotivo, troppo pesante, troppo noioso.
Quante volte capita che gli amici ti dicono: "Usciamo stasera, parliamo un po'", e tu rispondi: "No dai, non voglio rovinarvi la serata, non voglio essere pesante"?
Ma cosa vuol dire? Che percepiamo lo scambio emotivo come qualcosa che rovina.
In realtà, gli amici servono soprattutto quando sei triste. Stare insieme in modo sano, bello, profondo, vero, è quello che dà energia. Non il ridere di cose futili.
4. Paura del rifiuto
La più profonda di tutte.
"Se mi mostrassi come sono davvero, se dicessi davvero ciò che penso e sento, se sapessero quello che c'è dentro di me... tutti mi rifiuterebbero."
Ma c'è un paradosso tragico qui.
Il paradosso: produciamo ciò che temiamo
Non mostrandoci per paura di essere rifiutati, produciamo esattamente ciò che temiamo.
Se non mi mostro a te, non c'è relazione profonda. Non c'è intimità. Non c'è verità.
Quindi non creo la relazione per paura che quella relazione si distrugga.
È come non accettare un lavoro per paura di essere licenziati.
Ci rifiutiamo da soli. E non diamo all'altro la possibilità di conoscerci davvero.
La parete di ghiaccio, alla fine, la costruiamo noi.
Da dove iniziare
Il primo passo? Scegli una persona di cui ti fidi e condividi una piccola paura.
"Sai, io ho paura di mostrarmi vulnerabile. A volte ho paura che tu mi giudichi."
Questo è già intimità. Dire la paura, è andare oltre la paura.
E poi c'è la palestra quotidiana. Quando arriva un'emozione intensa:
- Fermati
- Respira
- Metti la sveglia a un minuto
- Stai con la tua emozione
Senti dove è nel corpo. Com'è. Cosa fa. Non devi risolverla o cambiarla. Semplicemente: stai.
Un minuto oggi. Tre secondi in più domani.
È così che si scioglie il ghiaccio. Pian piano. Con pazienza. Con presenza.
Questi concetti non vanno studiati. Vanno vissuti.
Chiediti: qual è il pilastro che meno riesco a fare? Cosa posso fare da domani per migliorare anche solo di tre secondi?
Perché ogni secondo che riesci a stare con te stesso, è un mattone in meno in quella parete.
E ogni volta che ti mostri, anche un po', anche con paura, il ghiaccio si scioglie.
Speriamo che questo post ti abbia offerto spunti utili!
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