Questo articolo è tratto dalla live di Antonio Quaglietta " Come ti parli quando sei SOLO? (La voce che distrugge la tua autostima)", disponibile sul suo canale YouTube
C’è una coppia che non si rompe mai.
Non è quella con tuo marito, con tua moglie, con il tuo compagno. Non è nemmeno quella con i tuoi figli, con tuo padre, con tua madre.
È quella tra te e te.
Da quando apri gli occhi la mattina a quando li chiudi la sera, c’è qualcuno dentro di te che ti parla. Qualcuno che commenta, che giudica, che consola. Che a volte ti è amico, altre volte ti rende la vita difficile. Ed è lo stesso che resta con te ogni giorno della tua vita, senza pause.
È la coppia più lunga che avrai mai. Ed è quella a cui prestiamo meno attenzione.
Se le relazioni di coppia hanno regole, perché non dovrebbero averne anche quelle che viviamo con noi stessi?
I quattro atteggiamenti che distruggono (anche) la relazione con te
John Gottman è uno dei più grandi studiosi delle relazioni di coppia. Ha osservato migliaia di coppie e ha identificato quattro atteggiamenti che, quando compaiono con regolarità, portano quasi certamente alla fine della relazione. Li ha chiamati i quattro cavalieri dell’Apocalisse.
Li abbiamo riletti in chiave intrapersonale, portandoli dentro il dialogo che ogni persona ha con sé stessa. Il risultato è illuminante: gli stessi quattro atteggiamenti, se li applichi a te, distruggono la relazione interna esattamente come fanno con quella di coppia.
1. La critica
Non è vedere i tuoi errori, quello va bene. Il problema è un altro: trasformare il fare in essere.
Hai rovesciato il caffè. Sono un disastro.
Non hai fatto quella telefonata importante. Sono un imbecille.
Hai urlato con tua moglie, con i tuoi figli. Sono sbagliato.
C’è una differenza enorme tra “ho fatto una cosa non bella” (una fotografia di un momento) e “sono una persona sbagliata” (una condanna definitiva). Accoglierti non significa non vederti ma dare una cornice precisa a quello che fai. Riconoscere l’errore senza farne la tua identità.
2. Il disprezzo
È il più grave dei quattro.
Non è critica. È guardarti dall’alto in basso. È pensare, nei momenti più bui, che il mondo senza di me sarebbe migliore.
Quante volte, con onestà, ti sei trovato lì? Non parliamo di gente in difficoltà. Parliamo anche di persone che apparentemente hanno “tutto” e pensano “non mi sono mai odiato tanto come in questo momento della mia vita”. Avere strumenti per vederlo è il primo passo.
3. La difesa
Guarda cosa succede quando cade una bottiglia sulla scrivania.
“Chi ha lasciato qui questa bottiglia?”
“Sei stato tu! L’hai messa tu, prima”
“E va bene, l’ho messa io, ma perché non l’avete tolta?”
Non siamo più capaci di dire semplicemente: scusate, ho urtato la bottiglia. Ci difendiamo, giustifichiamo, spostiamo. Perché sentiamo che, se non ci giustifichiamo subito, parte il giudice interno. E ci dirà il solito imbecille.
Così viviamo giustificando ogni cosa che facciamo. Non per gli altri, per noi stessi. Per paura di come ci parleremmo dopo.
4. Il muro
Antonio, quando lavora con le coppie in crisi, chiede sempre: “Cosa fate per evitarvi?”. All’inizio nessuno riconosce di evitare l’altro. Poi, scavando, le risposte arrivano: Vedo una serie da sola. Sto al telefono. Mi chiudo nella mia stanza.
Ora prova a girare la stessa domanda verso di te. Cosa fai per evitare te stesso?
Le risposte sono tante, e spesso quotidiane. Serie tv che non ti interessano davvero. Lo scroll infinito del telefono. Il bicchiere di vino la sera. Lo shopping, lo sport portato al limite, il lavoro come fuga.
“La maggior parte di quello che facciamo durante la giornata”, dice Antonio, “serve a non stare con noi stessi.”
E se smettiamo di evitare, cosa troviamo? Spesso, proprio la voce dei primi tre cavalieri. Che ci stavano aspettando.
Dall’autostima all’AmoStima
A questo punto una domanda sorge spontanea: non basta avere autostima per difendersi da tutto questo?
L’autostima è un giudizio complessivo che diamo di noi stessi. Quanto valgo? Il problema del giudizio è che non ti dà pace. Mai.
Se ti giudichi 4, stai male perché non vali abbastanza.
Se ti giudichi 6, stai male perché non sei eccellente.
Se ti giudichi 8, rosichi perché non sei il migliore.
Se ti giudichi 10, stai male perché devi mantenere quel 10.
Nel giudizio non c’è pace. Mai.
Da qui nasce il concetto di AmoStima che Antonio ha coniato all’interno del suo Metodo La Meccanica delle Relazioni, perché le parole esistenti non sapevano dire ciò che voleva descrivere.
L’AmoStima non è quanto vali. È quanto ti ami.
Non è un voto. È una relazione. È quanto ci sei per te stesso. Quanto sai essere amorevole, accogliente, presente. Anche quando sbagli. Anche quando non riesci. Anche quando sei lontanissimo da chi vorresti essere.
La regola che cambia tutto: il 5 a 1
Gottman ha scoperto anche cosa fanno le coppie che durano. Non quelle che non sbagliano mai ma quelle che tengono, nel tempo.
Per ogni gesto duro, cinque gesti gentili.
Non due. Non tre. Cinque.
Antonio ne fa una pratica da portare dentro di sé: per ogni critica che ti rivolgi, per ogni muro che alzi, per ogni volta che ti dici basta, non ti voglio più vedere, prova a seguire cinque gesti nella direzione opposta.
- Scusarti con te: scusa, mi sto giudicando
- Riconoscere una tua risorsa: quante volte sono stato coraggioso?
- Rilassare il corpo: non devo stare in difesa
- Vederti con onestà, ma senza accanimento
- Dirti, semplicemente: mi voglio bene
Non sono il migliore. Non vado alla grande. Solo: mi voglio bene. È l’affermazione più potente che puoi farti.
Perché nel giudizio non c’è pace. Ma nell’amore, anche in quello che impari a darti, c’è tutto il resto.
Speriamo che questo post ti abbia offerto spunti utili!
Supporta il Nostro Progetto
Se desideri sostenere il nostro progetto di divulgazione gratuita puoi farlo abbonandoti al nostro canale YouTube. Grazie per il tuo supporto.
